Fuori fuoco

Per me vivere a New York significa, tra le tante cose che rappresenta questo trasferimento, non riuscire a comunicare la grande quantità di idee, concetti, parole, frasi che ho in testa, ed essendo una persona, diciamo, logorroica, è un blocco importante. Banalità: conoscere al meglio una lingua ti permette di essere a tuo agio sugli argomenti di cui parlano i colleghi di lavoro, di scambiare opinioni e riflessioni utili anche per chi è in Italia o ti aspetta a casa la sera, di mostrare chi sei, la cosa più fondamentale di tutte. 

Conversando a spizzichi e bocconi, pur avendo un’infarinatura dell’inglese e non essendo arrivata qui senza una base da cui partire, tendo a rappresentare una me che non mi piace, non mi corrisponde e, insomma, mi sento stupida e limitata. Mi era capitato anche in Italia di fronte a persone che stimo e quando mi importava molto la loro opinione su di me. Posso avere idee controverse o aneddoti che spiegherebbero bene un tema, ma la lingua è bloccata su pochi termini, un lessico pratico e non “filosofico”, una pronuncia insicura. 

Sono due le parole che (non a caso) ricorrono: mostrare e insicurezza, che unite spiegano a loro volta qual è la conseguenza quando comunichiamo debolmente un concetto. Mostriamo insicurezza, ciò che ti dico non ha la forza dei termini corretti, dei verbi scelti con cura. Ma c’è una terza parola importante per me: superficialità.

Conoscere poco una lingua in cui sei costretto a esprimerti porta con sé il rischio di raccontare qualunque cosa in modo estremamente superficiale, perché dovrai pur dire qualcosa, con il rischio di impoverire non tanto la conversazione generale quanto il tuo stesso pensiero. Se fatichi minuti e ore per produrre un discorso semplice per te e comprensibile a tutti anche tu, di conseguenza, potresti commentare con roba già sentita. 

Non è una scienza, non è uno studio basato su anni di ricerche, è ciò che nel mio piccolo ho notato in due situazioni molto diverse tra loro, ma sempre legate a come parliamo (e non tanto di cosa). La prima volta in cui mi sono accorta di aver subito un drastico impoverimento linguistico della mia lingua, l’italiano, ero a Milano e lavoravo per diverse agenzie di comunicazione molto digitali, molto yeah yeah, molto dinamiche. All’università ho studiato Lettere e Storia, nel bene o nel male ero forbita nei termini e sicura nell’uso di verbi, congiunzioni, punteggiature. Non ero una firma del New Yorker, ero semplicemente una in grado di parlare di mafia e Stato per 2 ore senza sbagliare un congiuntivo e con cognizione di causa. A Milano è avvenuto un primo crollo: parole anglofone a caso, termini tecnici che nella vita reale non sarebbero mai stati utilizzati, concetti veloci su cui esprimere opinioni veloci e a mozziconi. Aumentava l’uso di “bello, brutto, interessante, cosa”. Non accade a tutti, non lo fanno tutti. Succede alle spugne come me che assorbono tutto. Un esempio era diventato il maledetto PIUTTOSTO CHE. ‘sto cazzo di piuttosto che neanche lo conoscevo prima di andare a lavorare a Milano, ma proprio mai usato, ma perché usare PIUTTOSTO nel 2017, ma abbiamo 500 anni? Ci ho messo due mesi per diventare una persona a rischio PIUTTOSTO CHE (peraltro conosco benissimo cosa significa e dove si usa, ma non basta, è infido!) e ce ne ho impiegati 12 per smettere di utilizzarlo a caso, parlando come se fosse normale e vergognandomi – giuro – dopo averlo pronunciato. 

Perché sono una persona insicura, ho sempre un po’ paura che chi ho di fronte non riesca a capire chi sono: è colta o superficiale? È scema o ironica? 

Si potrebbe dire: capirai, mica basta una parola sbagliata… Mah. Aggirandomi tra i grammarnazi vedo che ci sono poche speranze di sbagliare e dimenticare subito. “Ha usato piuttosto che… Per carità, simpatica, ma…”. Il mondo è anche questo. 

Nella mia testa si affollano mille pensieri, rischiano di uscire tutti insieme, gaffes su gaffes. Dovrei forse portarmi la laurea in giro per far sapere che qualcuno ha pagato per la mia educazione ma seguo un filo di ragionamenti tutto mio? Come le magliette che hanno alcuni, “Non aver paura se sbaglio un verbo! Free hugs!“. 

Personalità e capacità espressive, secondo me, sono fortemente collegate. Credo sia per questo motivo che cerco sempre di far ridere, al liceo era l’unico modo che avevo per comunicare con chiunque, senza giudizi sul mio corpo (ero grassottella e tettona e non c’era Kim Kardashian a dimostrarti che era ok) o le mie scelte. Ma questo mi rende una persona superficiale, sembro quindi senza idee od obiettivi? 

Ero partita da un punto ma sono approdata da un’altra parte e ho ancora quella paura: se le mie stories su Instagram fanno solo ridere e non sono impegnate sono una superficiale? Se i miei status Facebook sono ironici e non un crowdfunding per Porto Rico appaio come una disinformata?

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4 pensieri su “Fuori fuoco

  1. Il consiglio non richiesto dell’esperto:

    > se le mie stories su Instagram fanno solo ridere e non sono impegnate sono una superficiale?

    Cazzo, no. Tendenzialmente IG è utilissimo per cazzeggiare, mica per fare filosofia e discorsi aulici.

    > Se i miei status Facebook sono ironici e non un crowdfunding per Porto Rico appaio come una disinformata?

    E, di nuovo, no.
    Non vedo perché una persona debba dare a vedere la sua preparazione o il suo livello di conoscenza tramite FB.
    Vuoi fare Crowdfunding per Porto Rico? Fai crowdfunding per Portorico.
    Vuoi commentare l’ultima puntata di *inserire cosa a caso* in maniera sagace ed ironica? DOOO EEETT!

    In definitiva, non devi dimostrare niente a nessuno. Quando prenderai dimestichezza maggiore con la lingua, riuscirai ad esprimerti meglio e a dimostrare quello che vali… Nel caso fosse una cosa che ti premesse così tanto fare.

    Pace&Amore ♥

    1. Credo che tu abbia ragione, in generale, ma quanto si pensa davvero che tu sia quello che ti tuoi social network trasmettono? Intendo, puoi passare per superficiale – stupido – noioso se mentre accade di tutto a Las Vegas tu non ne parli pubblicamente?
      Io, per esempio, faccio scelte silenziose perché o se ne parla con cognizione di causa oppure si evita. Lo credo da sempre e per me vale su tutto. Ma non sono del tutto convinta che sia un pensiero diffuso.

      Per la lingua, nah, imparo :)

      1. No, non passi per superficiale/stupida/noiosa perché non vuoi dire nulla sull’evento di cui tutti stanno parlando.
        Semplicemente ritengo sia una scelta coscienziosa esprimere un parere ragionato sugli argomenti che interessano, prendendosi tutto il tempo che si ritiene necessario per farlo.
        Io quando raramente interrompo la mia attività di cuoreggiamento di video di animali e reaction a caso per scrivere qualcosa, di solito tratto di argomenti di cui non si discute più da almeno una settimana.

        Ed è umanamente impossibile avere un’opinione informata su tutto. È più superficiale/stupido/noioso dover dire sempre e comunque la propria, anche quando non si dovrebbe farlo.

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