Fermata Vasto

Una ragazza accanto a me piange. Poi si asciuga le lacrime, poi ricomincia. Lo fa silenziosamente, non vorrebbe farsi notare ma quando la chiamano e lei è costretta a rispondere la voce e i tremori la tradiscono. E poi quando chiude la telefonata ha di nuovo piccoli momenti di dolore.

Se c’è una cosa orrenda quando stai già vivendo una cosa orrenda (da quanto ho capito deve aver appena vissuto un lutto) è l’essere costretti, tuo malgrado, a stare in mezzo alle persone, in un luogo pubblico, dove qualcuno ti guarda o ascolta e tu avresti solo bisogno di sparire. O urlare. O ballare con la musica a tutto volume.

Anche a me è capitato. Insopportabile. È come se ti riempissero di sale una ferita aperta e ti ritrovi dolorante, sofferente e con le palle girate, quasi arrabbiata e nera per tutto quello che sta capitando, come l’essere su un treno per tornare verso casa mentre si dovrebbe stare su una panchina a piangere in silenzio, senza rumori e voci. 

Una volta mi è successo di essere sul 73, un bus di Milano che porta verso Linate. Tornavo dall’aeroporto senza essere mai partita. Avevo una voragine nel petto, ma ci volevano almeno 30 minuti prima di arrivare a casa dove comunque avevo dei coinquilini, dove comunque avrei dovuto fare un cenno di saluto entrando. Intorno a noi gli altri passeggeri la guardano e sono dispiaciuti. L’isolamento in situazioni come queste, per me, è l’unica strada per non scoppiare. Ma mi sono accorta che non è quasi mai successo.

Forse è per questo che quando sento che il dolore sta divampando entro in una camera iperbarica immaginaria. Talvolta mi isolo davvero, andando a Londra o stando chiusa in ospedale la notte o uscendo con la bici e rimanendo nel quadrilatero del silenzio. Quel nome è perfetto. 

Stare soli quando si soffre, stare insieme quando si è felici, condividere sui social quando si è metà e metà. Finora mi è parso che sia andata così.

Spero che la ragazza abbia i suoi tempi e spazi, una volta scesa da questo Intercity infinito, e le auguro che non le capiti più di dover provare un grande dolore in mezzo a sedili scomodi con la scritta “tessuto antimacchia”.

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