La generazione easyJet che vive Brexit

Di Brexit mi preoccupano tutte le conseguenze, ma una in particolare mi fa sentire il peso del fallimento, su me stessa come Cittadina Europea, sul resto come Cittadina e basta.
Quando ho scelto di fermarmi a Londra nel 2008 l’ho vissuta e sentita come una casa, mi ha salvata e portata a nuove esperienze e ho conosciuto un mondo che nella mia piccola vita di provincia non c’era. Ora mi chiedo cosa avrebbe significato se Brexit fosse arrivata nel 2008.
Oggi significa uscire da un mondo a cui eravamo abituati, che ci dava il diritto di non avere barriere (fisiche). Era una filosofia di vita e di conseguenza è la forma mentis di tutti i Millenials. È una cosa che mi mette a disagio, mi fa sentire “uncomfortable” in quello spazio che era scontato. Si crea una frontiera, sia fisica che soprattutto psicologica, dove prima la mia generazione non l’aveva. Leggere oggi tutti questi articoli, affrontare termini e probabili errori di forma sulla stampa, mi convince ancora di più che quella fase di scambio culturale, apprendimento autonomo e ricerca di un futuro senza obblighi sia chiusa. Forse era già una facciata, ma ci credevo. Ha vacillato con i muri ungheresi e con la Grecia ma resisteva. Vedevo il mondo abituato ad avere quelle frontiere e mi percepivo indiscutibilmente europea.
Oggi, con il corpo di Brexit ancora caldo, mi sento per la prima volta una quasi 28enne che ha perso un pezzo del suo background politico e culturale, e che si domanderà per lungo tempo: siamo davvero la generazione easyJet? Ha ancora senso? Ci proviamo, ma non riusciamo, ci crediamo, ma non abbastanza.
E se queste notizie si confermeranno o meno poco importerà: il divorzio pesa sul figlio anche se mamma e papà
ripetono che non è colpa sua.

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3 pensieri su “La generazione easyJet che vive Brexit

  1. Ho sempre apprezzato quello che hai scritto, ma sinceramente non vedo motivi per lasciarsi andare allo sconforto in questo modo.

    Dati alla mano, la generazione dei Millenials ha votato compatta per rimanere all’interno dell’Unione e sono stati i vecchi ad essere decisivi per la Brexit. Aggiungiamoci il fatto che anche le città principali (Londra, Manchester e Liverpool) hanno votato in prevalenza per il “Remain”.

    A voler essere pignoli: il fatto che la Brexit si sia verificata apre due potenziali scenari credibili:

    1) L’Unione è destinata a fallire e condannare i paesi europei all’irrilevanza politico-economica con conseguenze disastrose per tutte le economie mondiali e anni, anni e anni di recessione nel vecchio continente.

    2) Il fatto che la Gran Bretagna (storicamente euroscettica e freno al processo di integrazione) sia uscita, potrebbe portare ad un’accelerazione al processo di integrazione che dal fallimento del trattato costituzionale del 2004 si era fermato in un pantano di difficile comprensione alla maggior parte dei cittadini.

    Altro motivi di speranza è stata la reazione dei Millenials che stanno chiedendo un nuovo referendum per rientrare nell’Unione (anche se la vedo dura, onestamente).

    Tra l’altro, il rischio di divorzio lo corre molto di più il Regno Unito di quanto non faccia l’Unione dato che Irlanda del Nord e Scozia hanno già iniziato a battere i pugni sul tavolo.

    1. Ciao! Con immenso ritardo vengo a risponderti. Tutto giusto ciò che dici, soprattutto dopo aver visto che i giovani, alla fine, non sono quasi andati a votare (e questo li rende abbastanza ridicoli). Ma il mio è più un cruccio – senza eccessivo sconforto – a livello intellettuale. Non è il primo Paese che in questo momento alza la voce sulla fine di qualcosa che era sulla carta positivo (lo scambio politico, lo scambio economico, lo scambio culturale che è quello che interessa me in particolare). Quando tanti piccoli movimenti ideali si muovono verso direzioni simili il vento prende nuove direzioni. Magari non vuol dire nulla che Trump riaffermi forte che non ci devono essere piu stranieri (ivi compresi occidentali…), neanche per fare un master universitario, che UK accetti una situazione di uscita dall’Europa pur consapevole che i guai ci saranno anche per loro, che Paesi da sempre tolleranti e molto open mind e laici vanno a minacciare altri Paesi sul tema dello scambio (vedi la Turchia). Insomma, la mia è più che mai una considerazione di cambiamento di mentalità. Chiaro che sono temi sempre esistiti, anche sempre affrontati probablimente, ma quando diventano referendum e fanno dimettere un primo ministro o possono diventare terreno di una candidatura presidenziale, mah, io ho dei profondi dubbi che si sia ancora nel mondo multiglobalizzato e multiculturale che aveva aperto il Millennio. Mi pare che il 2020 diventerà anno di scismi.

      1. Parlando di astronomici ritardi nel rispondere (che poi magari non te ne frega più un cazzo e hai di meglio da fare, eh)

        Capisco perfettamente quello che vuoi dire e in parte condivido, ma guardando alla storia è evidente che nei periodi di crisi si tenda a rinchiudersi in sé stessi. È stato così dopo la crisi del ’19 ed è stato così anche con la crisi del 2008-2009.

        Semplicemente (e forse persino troppo a lungo) abbiamo visto solo la faccia buona della globalizzazione e della multiculturalità, ignorando (volontariamente) i possibili problemi che ne derivavano. E non mi sto riferendo alla retorica salviniana, in questo caso, ma bensì al fatto che non si siano previste politiche e contromisure per integrare i flussi di migranti quando erano di intensità minore.

        Ovviamente, ad oggi, col clima che si è venuto a creare è impossibile parlare di integrazione o multiculturalità perché ti sentiresti rispondere “Ma perché non li porti a casa tua?” o cazzate del genere.

        Per tornare al discorso UK è anche vero che è stata usata una strategia di marketing elettorale in cui sono state fatte promesse che non avrebbero potuto mantenere a cui sono seguite le dimissioni dei principali leader dei Leave.

        Nonostante il cielo non sia proprio azzurro, voglio sperare che riusciremo a sorpassare anche questa difficoltà, senza dover fare decine di passi indietro.

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