Quelle (poche) cose che capisco oggi. Memento.

Credo di essere una persona semplice, ma non una persona facile, e a chiederlo in giro forse tutti avrebbero saputo dirlo. Invece io l’ho capito 10 minuti fa.
Ciò significa che mi sono resa conto di essere una persona senza troppe pretese, che si trova a suo agio con le cose semplici e genuine (uscire con un amico, bere una birra, passare 3 ore davanti al Signore degli Anelli con una manciata di patatine). Una persona che ama poche cose, e le ritiene essenziali, e riesce ad adeguarsi a varie situazioni con una certa flessibilità. Sembra tutto figo, ma la seconda parte è che non sono una persona facile. Questo vuol dire che sono troppo riflessiva, che non mi lascio andare senza cinture di sicurezza e che quando non capisco qualcosa divento rigida. Devo ringraziare tre persone per avermi reso più malleabile con la vita: A., F., Le., grazie perché ciascuno di voi, in modi e tempi diversi, mi ha fatto capire che esistono i grigi.

Il mio corpo è una gabbia. Dentro di me ci sono oceani di passioni, sentimenti, pensieri liberi, voglia di fare senza dare peso a tutto. Se riuscissi a tirare fuori anche solo una briciola dell’energia e dell’amore che ho dentro, probabilmente arriverei su Kepler. Sono una persona che non crede nella gelosia (se devi passare il tempo a essere gelosa DI TUTTO allora conviene stare con un prete, e poi se tu vuoi guardare il culo di Ryan Gosling finisce che sei ipocrita); non credo che serva per forza limonare o finire a letto insieme per capire che si ama l’altro, è una cosa di testa e di pancia che va ben oltre, ma un limone duro aiuta a stare bene, a sentire cose incredibili, e ti alzi con un sorriso; non credo che il contatto fisico sia una cosa da poco, di cui si può fare a meno, che non serve in un rapporto. Credo che se due corpi sono l’uno la calamita dell’altro, non importa se le situazioni e le paranoie prevalgono, quel magnetismo esiste ed è lì per un motivo semplice e bello; non credo che siamo al mondo per provare una sola emozione tutta la vita e morire con quella, siamo molto più complessi e umani, abbiamo molte più sfaccettature. Non credo che parlare, in un rapporto, sia la cosa fondamentale. Credo che parliamo troppo, infatti io sono una logorroica, difetto di me che non saprò mai accettare. Voglio tornare ai silenzi, agli sguardi che valgono un’intera conversazione, a quando basta una mano leggera appoggiata su un fianco e so già tutto di te, di noi.

Fuori non riesco a lanciare questi impulsi. Vorrei abbracciare una persona, vorrei trasmettere tutto il maremoto che mi provoca dentro, vorrei essere libera, permettere a chi ho di fronte di capire che in realtà, alla fine, non sono nevrotica e preoccupata 24 ore su 24. Purtroppo, non so perché, trasmetto cose sbagliate… Come se vendessi male un prodotto. Se fossi un barattolino di Nutella mi venderei come uno yogurt dietetico. Questo non va bene, non corrisponde a me, non so se è mai successo ad altri – credo di sì – ma hai la sensazione profonda di essere una persona di un certo tipo, ma non sai dire perché ti nascondi dietro a regole sociali di dubbio gusto e a convenzioni noiose e opinabili. 

In questo ultimo periodo ho dovuto riflettere tanto – per l’appunto – sul tipo di persona che sono e che voglio essere, perché mi sono inevitabilmente accorta che molte scelte che ho fatto avevano motivazioni non sincere. Volevo al 100% una cosa, ma il mio corpo ingabbiato mi ha impedito di prendermela. E per assurdo, mi avrebbe reso anche immensamente felice. Il mio corpo ha bloccato tutto l’uragano che avevo dentro e mi ha impedito di esplorare ciò che volevo. C’è sicuramente una qualche stronzata freudiana sotto, o quelle cose sul rapporto genitori-figli che ti traumatizzano, ma devo chiedere scusa a quelle occasioni di felicità che mi sono tolta. Una delle coetanee del liceo lo avrebbe sicuramente fatto. Io sono una cerebrolesa, sentimentalmente. Voglio dare la colpa alle principesse Disney per questo. Stronze.

Riapro alcuni messaggi vecchi, alcune lettere e mail, mi rendo conto con un po’ di ironia che sono stata un disastro. Dovevo essere semplice in tutto questo tempo passato a non essere facile.

Mi immagino al Parco, un giorno del finesettimana, con un amico, una persona molto simile a me, forse praticamente uguale (a volte è incredibile quanto si è diversi eppure così uguali, in perfetta unione mentale), magari una persona che negli ultimi anni, come me, aveva oceani interi dentro ma non sapeva o poteva esprimerli e ha fatto quello che sapeva o poteva fare. Con una persona così, per esempio, passeggerei molto, dando aria fresca ai ricordi belli, alle giornate passate tra lavoro e impegni vari, alle cazzate da nerd, alle serie tv, agli amici comuni. Poi prenderei una birra, magari fissando un po’ zitti i bambinetti che giocano col cane e gli eterni sportivi. A quel punto si può parlare di cose dure, di come va, di come stai, ma con un’altra atmosfera, con il cuore in gola ma semplice, con la testa che fa mille giri, ma semplice, con l’obiettivo di non avere obiettivi perché voglio sperare che stare bene venga spontaneo. Poi ancora in cammino, vedere qualche aspetto del parco che non si conosceva, fare piccole confessioni senza drammi, dimostrarsi che ci si vuole bene, e chiedere scusa non serve perché certe cose, “come hanno scritto centinaia di filosofi e scrittori, sono tanto più incomunicabili quando si tiene profondamente alla persona con cui si parla”.

tutto andrà bene

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10 pensieri su “Quelle (poche) cose che capisco oggi. Memento.

  1. > ma hai la sensazione profonda di essere una persona di un certo tipo, ma non sai dire perché ti nascondi dietro a regole sociali di dubbio gusto e a convenzioni noiose e opinabili.

    Questa la so, la so!

    Lo facciamo per non esporci troppo, dato che esporsi può dare sì tante soddisfazioni… Ma può fare pure parecchio male.

    Sempre un piacere leggerti, comunque.

    1. Grazie, è anche bello essere letti da anime affini.
      Peccato perdere se stessi e cose belle – cose forti, per cui vale la pena fare il viaggio sulla Luna – per paura.
      Siamo umani, lo so… ma vorrei fossimo meno codardi di fronte alla felicità. Dovremmo temere la tristezza…

      1. Forse ci è meno difficile essere tristi.
        *Inserire quote di Fabio Volo sulla tristezza*

        Scherzi a parte: la felicità spaventa perché la si può “perdere” e quindi spesso (almeno io) arrivo a concludere che probabilmente il gioco non valga la candela.

        Puoi chiamarmi rinunciatario, se vuoi.

        1. È che non mi piace il pensiero che una cosa che ti ha reso e ti rende felice “non valga la candela”. Mi sembra difficile… ma sono cresciuta a pane e Belle quindi potrei dare troppa importanza a cose piccole. A me restano appiccicati più i momenti di piccola felicità che le grandi dimostrazioni una tantum.

          1. Sì, ma la felicità nelle piccole cose la si deve (dovrebbe) apprezzare, altrimenti ci si suiciderrebbe tutti nel periodo adolescenziale.

            Io parlavo di fare quel passo in più (soprattutto nei rapporti interpersonali) dato che, appunto, la possibilità di mostrarci vulnerabili (?) ad altri ci spaventa (o, almeno, ci inquieta).

            Poi può essere che io sia di parte, data la mia quasi totale incapacità nel gestire le mie relazioni interpersonali (anche se paradossalmente mi ritrovi a dare ottimi consigli in questo campo… Senza mai seguirli, ma è un’altra storia).

            Il godersi la birra al parco con amici, ad esempio, non è una prospettiva che disdegnerei.

            Sono disadattato, ma non fino a questo punto (scherzo… Forse).

          2. Hai ragione e sono d’accordo con te. E io sono abbastanza miope e vulnerabile adesso. Per questo motivo la grande domanda è: ma quindi?!?

          3. Valida pure l’alternativa: ma quindi se scopiamo e morta lì?!? {Ma questo in un altro universo dove la gente è senza paranoie: tipo The Vampire Diaries}

  2. Per esperienza personale lo “scopiamo ed è morta lì” non funziona proprio perfettamente. Tutt’altro.

    È una questione di equilibrio: forse dovremmo dar più peso alle tante piccole vittorie e darne meno alle cocenti e grandi sconfitte.

    Ma mi pare difficilmente irrealizzabile dato che l’Uomo è un animale dai bisogni infiniti e più ha, più vorrebbe.

    In definitiva, se sapessi rispondere al tuo “E Quindi?!?” sarei schifosamente ricco…. O schifosamente felice.

      1. Grazie alle due cose sopra che sono condizione sia sufficiente, sia necessaria per la soddisfazione.

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