Colleghi, amici e…

Sono entrata piuttosto giovane nel mondo del lavoro. Ho iniziato sfacchinando a destra e a manca solo per la gloria, poi per pochi spiccioli, poi gratis, poi arrancando ed essendo grata per piccoli contrattini. Insomma, ho fatto un percorso che mi permette di dire “lavoro da circa 5 anni”, pur avendone maturati grossomodo 2. Uao.
Ho passato diversi uffici (ahimé, nessun lavoro immerso nella natura) e diverse mentalità – alcune decisamente grottesche. Si vede che l’aria chiusa dei palazzoni, in questi quartieri dedicati al lavoro, rende la gente matta. O tuttologa, che è peggio.
Una delle cose che mai avevo sperimentato era l’amicizia al di là della coercitiva convivenza nello stesso spazio vitale: la scrivania. 

Quando ti trovi a stretto contatto – ogni giorno – con persone che hanno una vita diversa dalla tua, che hanno interessi differenti ed esigenze lavorative che non collimano con le tue, può non essere facilissimo iniziare un rapporto amichevole e solidale. Se poi ci sono sostanziose disparità (è un/una tuo/tua superiore, è il/la tuo/tua avversaria, ecc.) è quasi definitiva la sconfitta totale dell’amicizia fraterna. Homo homini lupus e cane mangia cane e insomma: #bellamerda.

Un giorno, cambiando lavoro dopo essere stata in vari luoghi terribili dal punto di vista umano e, oserei dire, civile, ho trovato un piccolo posticino con persone semplici, ricche di sfaccettature talora molto distanti dal mio modo di vedere il mondo, ma con cui ho voluto instaurare quella che definirei amicizia. Perché anche la scuola è un luogo di obblighi, anche la coda alle Poste, anche la discoteca, anche casa tua, a volte. Eppure è da questi luoghi che, volenti o nolenti, provengono quasi sempre le proprie amicizie, o quantomeno le persone che conosceremo per tutta la vita. 
Non esiste posto in cui non ci sia il contatto con l’altro, un altro che però non ha nulla da spartire con noi, e automaticamente, se c’è intesa, nasce una relazione che alla base era obbligata dalle circostanze. Io sono costretta a stare seduta 8 – 10 ore al giorno in una stanza bianco latte con una lunga fila di pc accesi, cuffiette nelle orecchie, scazzi con dei clienti, cellulari che suonano, meme incollati sulla parete, qualche dolce al mattino. Come posso pretendere di non instaurare alcun rapporto affabile con chi è al mio fianco? Ho 26 anni, ho molti amici, ma la maggior parte di loro si trova a vivere la sua vita in luoghi distanti da Milano, il mio fidanzato è negli Stati Uniti, per dire. Dovrei quindi bloccarmi e limitarmi solo perché le persone simpatiche e gentili con cui lavoro sono già con me 8 ore e uscendo si rischia di riprendere in mano una conversazione lavorativa? Mah. Sinceramente, chissenefrega. Mi piace stare con te, se anche condivido un ufficio tutto il giorno non vuol dire che uscendo a bere una sacrosanta birra e sfogarsi sulla vita, la religione, la cazziata del lunedì, il sesso, l’amore, il film appena uscito è per forza un fallimento.

Invece spesso mi sento dire: “mmm ma tra colleghi…” – “mmm ma ci vediamo sempre”.
Vedersi sempre stando zitti a un pc non vuol dire stare insieme e, sinceramente, divertirsi. Cosa che a me succede in maniera genuina con i “colleghi” che ho adesso. 

E per questo io li considero amici, sperando che ricambino senza ansie da milanesi asociali.

Just_Friends_by_sexties
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