L’esperienza che non ho fatto

Non ho mai fatto l’Erasmus, non sono mai stata fuori dall’Europa e non ho partecipato a Exchange Programs, stage internazionali, tirocini del MIUR e similarità varie.
I corsi di studio per alcune settimane fuori dall’Italia? Mai fatti. 
Di tutte le esperienze professionali e formative che una persona può fare, soprattutto una persona giovane, quella di formarsi direttamente in un paese straniero credo sia la più interessante, importante e credibile. 

Io chiamo il periodo passato a Londra nel 2008 la mia esperienza formativa in terra straniera, anche se gli inglesi non sono poi così assurdi e distanti da me. Siamo un po’ cugini, e due mesi a Shanghai sarebbero stati certamente più d’impatto. In realtà è solo un modo per non dire che non ho mai fatto questa esperienza, che tra l’altro reputo fondamentale. Mi piace pensare che ho imparato un sacco stando da sola in una città enorme che parlava una lingua diversa dalla mia, ma alla fine mi rendo conto che è così solo in parte. Ho imparato un sacco, ma non ho mai davvero studiato, lavorato, sperimentato la vita al di fuori.

Volevo andare in India, dopo la laurea, e avevo preparato le carte. Poi ho visto un PhD in Georgia, e avevo preparato le carte. Nessuno dei due è andato a buon fine. Nel primo caso sono state chiuse definitivamente le porte felici dei programmi di tirocinio internazionale (mancanza di fondi, temo) quindi avrei dovuto darmi una mossa molto prima, senza aspettare in eterno. Nel secondo caso mi sono iscritta a un TOEFL e poi ho lasciato trascinare nella tomba la mia voglia di impegnarmi. 
La sera, prima di andare a letto, ho sempre millemila energie positive che mi spingono a iscrivermi a qualunque cosa. La mattina dopo, coglioni.

L’Erasmus invece non l’ho fatto per scelta. Durante gli studi mi sono resa conto che a) la misera paghetta da Erasmus non mi avrebbe permesso manco di pagare l’aereo A/R quindi si tornava all’annosa questione dei soldi e b) dovevo studiare, e se andavo a Siviglia a integrarmi con il popolo spagnolo probabilmente, visto l’andazzo della triennale e di buona metà della magistrale, avrei finito l’Università in 12 anni. Per questo ho rinunciato, e poi anche perché non sono mai stata interessata a esperienze di puro studio. Potendomelo permettere sarei andata anche 7 anni in Tibet, intendiamoci, ma dovendo scegliere non mi è mai piaciuto pagare per dei corsi all’estero. Mi sono sempre lanciata verso esperienze lavorative: quanto avrei voluto volare per New Delhi a tenere in piedi una biblioteca di storia post-coloniale o quanto avrei imparato facendo un tirocinio in un’azienda digital statunitense. 
Mi piace imparare, ma mi piace anche lavorare.

Tra le grandi esperienze che, a 26 anni, non ho mai fatto, mi pento di non essere andata a lavorare all’estero, non per mettere in fuga il mio cervello, ma per aprirlo e tornare ancora più arricchita qui, in Italia.
Ora sono circondata da ragazzi e ragazze che hanno provato parecchie cose, che hanno girato molto e che pezzi di mondo se li sono sia visti che vissuti. E un po’ mi sento in difetto, come mi mancasse una pagina nel mezzo del libro che sto leggendo.

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