Riabilitazione è una parola brutta: la storia controversa

 

L’Italia è un paese con una ricca storia ed ha in sé, per questo motivo, numerosi enigmi, incoerenze, ferite e reumatismi. Sta invecchiando, forse, e si lascia andare a revisionismi talvolta contestabili. Nelle sue vicissitudini di vitale importanza per capire chi siamo stati, che hanno segnato la politica e la società di oggi, ci sono anche insanate cicatrici. Tra queste rientra Bettino Craxi, Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987 e noto, più o meno a tutti, per la faccenda di Tangentopoli. Un momento di cupezza morale, dubbi e crolli ideologici che parrebbe durare tutt’ora, ma ai nostri occhi accecati da informazioni sommarie, berlusconiani e “grilli” e spiacevolezze verbali dettate da certa ignoranza di fondo, si va smorzando. E’ centrale che si sappia quantomeno la Storia, che vuole (deve, anzi) andare oltre al dibattito destra-sinistra.

Cos’è questa riabilitazione a Craxi, morto nel 2000 ad Hammamet, Tunisia, dove era esiliato dopo lo scandalo? Già nella terminologia si marca male: “riabilitazione era “il verbo utilizzato dai comunisti contro i loro avversari politici dopo averli appena fucilati” spiega Massimo Pini alla trasmissione “L’infedele” di Gad Lerner. Meglio parlare di riappacificazione allora, perché di questo si tratta: s’intende togliere un peso che ha gravato sull’ex presidente fino ad oggi (in linea teorica) e quindi “fare la pace”, “dare la mano” ad una figura complessa, che la nostra generazione neanche ha conosciuto in diretta.

Una cosa è certa: giravano tanti tanti soldi. Gente che la mattina si faceva il nodo alla cravatta e la sera nascondeva milioni di lire in Svizzera. Corruzione, finanziamenti illeciti ai partiti, sgravi fiscali ad hoc erano i temi centrali degli anni di Mani Pulite, dove i magistrati di allora (Di Pietro e Gherardo Colombo) hanno mostrato un sistema marcio fino all’osso. Chi doveva lavorare per migliorare il nostro Stato ha invece scialacquato in lungo e in largo. Retorica? Forse. Ma i protagonisti di quegli anni ’80 (nel loro momento meno romantico e colorato) non sono eroi. Se rubi, paghi. E’ la giustizia.

Craxi divenne uno dei (troppo) pochi, in mezzo a tutti quei furbetti-ladri, ad essere colpito dalle accuse più gravi, dalle monetine simbolo di rabbia dei cittadini. Ciò che fa riflettere è che questa “pace” sembra più simile ad un “tanto lo facevano tutti”. Una legittimazione sgradevole. Craxi fu un capro espiatorio, ma con notevoli colpe addosso. Non è corretto né saggio giustificare delle scelte immorali in virtù di una massiccia presenza politica. Non si smorzano gli errori perché compiuti con altri. Cosa si vuole riabilitare? Un crimine? E’ piuttosto un rimaneggiare fatti storici senza preoccuparsi di quello che può significare.

C’era una forte consapevolezza che in quel Parlamento stesse accadendo qualcosa di sbagliato e logorante. Il leader del Psi si alzò in piedi affermando che «d’altra parte, cio’ che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, e’ che buona parte del finanziamento politico e’ irregolare od illegale»: non resta altro da aggiungere.

Che sia oggi Craxi, che sia domani qualcun’altro, la Storia (la Politica…) si evolve e ci saranno sempre personaggi in primo piano, uomini che decidono, senza pistole puntate alla tempia, di accollarsi determinati ruoli e responsabilità. Sarebbe quindi giusto (ma mi verrebbe da scrivere ovvio) che in queste persone ci sia la consapevolezza che i loro errori (politici e/o umani) si riflettono su tutta la popolazione di uno stato, fa parte del lavoro. Non si può fare la pace senza un’adeguata maturità che, probabilmente, non possediamo ancora oggi se sindaci e politici parlano di Garibaldi o Giordano Bruno paragonandoli a Craxi, se nell’enormità del dibattito storico ci si focalizza sul mettere o meno una piazza a nome di Bettino. E’ assolutamente irrilevante se prima non si dà a Cesare ciò che è di Cesare.

 

Per informarsi: interessante la puntata del 18/01/10 de “L’infedele”, su La7.it

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