I. nel suo monologo in una via stretta e poco illuminata

 

Cammino spesso per una via stretta e poco illuminata al fine di abbandonarmi in un limbo fittizio dove io non sono io, i rumori della vita oltre il muro non sono rumori, i tizi che corrono a casa  sono solo immagini nel mio cervello. E nella via stretta e poco illuminata c’è tutto un mondo di creatività e voglia ed è una droga di qualità purissima, ormai, scegliere…

Che schifo nascere senza futuro. Sono nato nel 1968, annata buona, dicono. Sono venuto al mondo quando i ventenni si accaparravano un posto tra gli scranni dei vecchi. Mi hanno partorito nell’anno esatto in cui tutto è diventato giusto per il semplice fatto che era giovane.

Oggi, 24 dicembre 1988, non ho un cazzo da fare e credo di essere solo in questa città che è poi un quartiere che è poi un ghetto che è poi politica. Volevo andare oltre il muro e invece ci sono nato dentro, chiuso, azzittito. Ogni cosa che ho pensato era Loro. Ogni gesto era automatico. Ogni sorriso…così sorriso. E non per quella cazzata che siamo tristi e il mondo crolla sul suo marciume. Sì anche, ma soprattutto mi stanca non avere un me stesso a cui fare riferimento.

Cerco l’amore in occhi vitrei, leggo librucoli che si ripetono un o dietro l’altro, neanche come copie migliorano e mi viene il desiderio forte e impulsivo di chiedere a mio padre di mandarmi a morire, dove volesse lui, ma basta tenermi ancorato alle sue idee di patria, di urla partigiane malevoli, di cultura da sottobanco da evitare. E se lo voglio alzare, il tono. E se lo voglio mandare in prigione, il senso del dovere. Merda.

Cammino spesso in questa via stretta e buia perché dicono che a parte gli ubriaconi non passa nessuno. Ma chi li ha mai visti questi annichiliti dalla vodka scadente. Ho visto solo suicidi, prima che lo fossero, ovviamente. Tipo un giorno entra B. e mi fionda nelle orecchie la notizia che è morta, sì sì, lei, bionda alta sorriso da coniglio. Morta. Ha sbagliato il numero di pillole da ingoiare prima di andare a letto, pillole illegali poi. Io dico che è una cazzata, uno non sbaglia a contare delle pastiglie. Fino a dieci quella sapeva contare. E’ arrivata a trentotto, si vede che voleva. E B. mi ha chiuso il telefono in faccia, aveva la paranoia d’essere controllato dai servizi segreti. Aveva la paranoia perché suo padre è stato massacrato di botte in gattabuia per aver fatto passare certi oggetti occidentali. E io, che sono al confine di un muro che non esisteva prima del ‘61, perché non sono più occidentale? E se voglio diventarlo, che si fa, si paga uno stronzo alla frontiera? Mi sposo una francesina zuccherosa e le sussurro “je t’aime – tre bien – oui” ?

Comunque C. è morta con le sue pillole, e abitava in questa via stretta e poco illuminata, proprio a quella finestra. Aveva gerani rossi che fiorivano in inverno, chissà come, e mangiava senza stare mai zitta, chissà come. Mio padre preferiva fingere che non fosse vera, perché gli ricordava troppo la mamma, diceva. Un sogno biondo che ondeggiava per la casa quando invitavo lei e qualche amico, tra cui B. che metteva fortissimo il volume della radio così Quelli non potevano sentirci bere, canticchiare vecchie canzoni sguaiate e discutere di quale donna fosse più bella in quel certo localino. C. se ne restava sempre delusa da me in un angolo del divano.

Non è carino parlare di altre donne, mi diceva. Non è carino per niente.

Ma che ci potevo fare, lei non era la mia ragazza. Non lo è mai stata. Era C. e basta, non ci trovavo altro. Era una che provava a scrivere poesie ma sua madre gliele bruciava nel camino. Una che si voleva vestire di bianco rosso blu e suo padre la prendeva a sberle. Era una che giocava a calcio, di nascosto, con il fratellino e poi tornava più donna che mai in una manciata di secondi.

Io ho sempre saputo che da questa via stretta e buia C. se ne sarebbe andata, prima o poi. Non mi aspettavo che lo facesse da dentro una bara ma non si può decidere tutto nella vita, no? Anch’io, per esempio, non ho scelto di essere come Loro, ho anche idee diverse. Ma che potevo farci, mio padre voleva un figlio che si arrangiasse e oltre il muro ci si deve accontentare di quel che passa, che siano dogmi o manovre politiche per lasciarci senza mutande e cervello. B., ad esempio, era così ossessionato dalla certezza che sapessero tutto di lui da non aver neppure cercato le cimici sotto gli interruttori . Tutti dicevano che era così, e allora era così. Logico. Quando l’hanno trovato con la pistola piazzata in bocca e il salotto macchiato ho capito che non pensare da soli, con quel poco di encefalo che si possiede ancora (almeno fino all’estinzione dello stesso), è la fortunata scelta di un coglione. Cioè di colui che non volendo o potendo dare un senso al proprio esistere se lo cerca negli altri, buoni o cattivi che siano, e sopravvive arrancando tra un anestetico e l’altro. E non chiedendosi mai se è felice, se Dio c’è o se il capitalismo è giusto non ha mai problemi.

Io mi domando cosa pensa anche quel tizio che passa, sono un bel pezzo avanti sulla strada dell’autodisgregazione. Ho il vizio di affezionarmi alle piccole cose, e di sentirmi uno che ha ottant’anni fin dentro il midollo.

Io ho solo vent’anni, fra non molto ventuno, cosa vuoi da me Mondo? Caos totale che non sei altro. Sento il peso di mille secoli sulle spalle e non dormo e bevo le peggio cose per sentirmi balordo e uomo e vecchio ma sono giovane, merda. Chi ha voglia di essere giovane?

 

…continua su: http://issuu.com/ladyofacanyon/docs

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3 pensieri su “I. nel suo monologo in una via stretta e poco illuminata

  1. ha qualcosa di familiare quest’intervento, come se l’avessi già letto da qualche altra parte…magari una rivista…

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