Perdute canzoni d’addio

 

Mi dispiace veramente che sono ancora qui a parlare di noi ma è il mio modo di espiare colpe*

Ho tentato di ritrovare quel biglietto, timbrato uno o forse due anni fa. Non ricordo mai le date che voglio dimenticare. A certe persone non riesce, si sforzano di scordare qualcosa ma il loro cervello non sta a sentirli e puntualmente getta un promemoria su ciò che andrebbe eliminato completamente dalla memoria. Non perdo il ricordo di te, certo che no, ma i giorni li voglio far scivolare implacabili ingiallendo la tua presenza nella mia vita. Perché non c’è un perché, non riesco a farne a meno.

Eri bello, molto anche. Ma non riuscivo a vederti, non ho mai colto lo sguardo d’immensa malinconia che c’era mentre mi parlavi, mi prendevi per mano, strisciavi sotto la mia finestra per regalarmi un libro stropicciato. Ho una biblioteca decente grazie a te, ora. Titoli passati sopra il tempo con forza travolgente, subentrati nell’intimità della nostra storia personale e macerati al sole, in attesa che nuove generazioni prendessero quelle pagine annusandone il piacere. Ma che dico, mi hai creduto troppo intelligente. Mi hai donato opere d’arte e io non ho avuto la capacità di alzare gli occhi e saperne di più, pormi delle domande, cercarti tra le righe. Volevi che io capissi e invece…

Con quel biglietto tra le mani ho riprovato la stessa sensazione dell’ultima volta, quando hai aperto lo zaino e mi hai detto parto subito ma volevo salutarti. Non sapevo dove volessi andare, e perché. Andava tutto bene. La destinazione era impossibile da raggiungere da lì col treno, te l’ho fatto notare e hai riso forte forte. Lo so, mi hai risposto. E il treno è passato e io ero ancora lì, col tuo biglietto tra le mani e la borsa ai piedi, aperta sul vuoto che hai d’improvviso lasciato. E l’ambulanza e le voci e chi credeva che stessi per buttarmi anch’io. Se fossi stata intelligente forse ti avrei accompagnato, ma neanche in quell’occasione ho capito. Credo che tu lo sperassi, invece. Credo che tu mi abbia tenuto stretta infiniti minuti per inviarmi molti messaggi che a voce non potevano spiegarsi, e io sorridevo e chissà cosa pensavi che avessi dentro la testa. Nulla, ecco cosa c’era. Un cazzo di niente. Magari è perché ti amavo e così ho frainteso tutto. Ho preso un bacio per una dichiarazione, un treno per un viaggio insieme, un libro per un regalo disinteressato.

Adesso non lo so cos’altro mi rimane oltre al cartoncino che porta a Riga, che ti piaceva come città da quando avevi dieci anni. Non so neppure il motivo, non te l’ho chiesto.

Se avessi saputo te l’avrei fatto un cenno, prima di vederti volare via, per conoscere qualcos’altro di te e per avere la certezza che non potevo fare nulla. Che dovevi essere da solo in quest’avventura, che io potevo solo guardarti gettare via tutto e scrivere, tempo dopo, la mia voglia di tornare indietro.

Ora in fondo alla voragine è dura dura come non lo è stata mai. Domani tutto si rasserenerà*

 

*Notte e *Stato d’animo, Marlene Kuntz

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