Per quando ritroverò il tempo perso

 
Sono nella camera più blu mai vista. Mi sconfigge l’iride, così tanto elettrico blu.
 
Ho detto alla penna scrivi, ieri sera. Ero lì che la fissavo e ho proprio detto alla penna scrivi. Non si è mossa, certo, ma ho come avuto l’impressione che un qualche accenno verso il foglio bianco l’abbia avuto. Come se avesse risposto "ok".
Fogli bianchi. Cazzo, ne ho moltissimi. Me lo dicevi ogni volta di evitare di strappare dai quaderni così tanti agglomerati di carta a righe a quadretti però, eh, però come facevo? C’è sempre stato qualcosa che mi ha legato saldamente e, forse?, morbosamente alla carta. Anche solo la parola carta. Una parola bellissima, che sa di ruvido, di giallognolo, di polvere. Di tatto.
Ho scritto due-tre cose, tanto per buttar giù la delusione di non avere più nulla da dire, nulla di interessante dico, di decente. Sai che bisogna sempre essere brillanti, altrimenti, dico, stai zitto. Non scrivere. Se devi essere banale lascia stare.
 
Carta.
Davvero, è come quando senti, dentro il tuo stomaco, che quella determinata parola non può che calzare a pennello con quel determinato oggetto e ti viene, qualche volta, di ringraziare chi l’ha associata a quella cosa. Quel tizio che una mattina si è alzato, ha pensato "e questa cos’è?". Poi, l’hai visto, lampo di genio nell’occhio e ha pensato che carta fosse giusto. Adatto ecco. Un termine sufficientemente screpolato per qualcosa che, basta un gesto, e si accartoccia e fa rumore e si bagna.
 
Dicevo che la penna comunque era lì. Non collaborava. Venticinque fogli bianchi, nessuna buona idea, il telefono spento.
Sempre spento. Tanto non c’è nessuno che mi cerca.
Non chiedo nulla, cazzo, ma un pensiero. Se il cellulare è morto anche tu sei morto. O no? E’ che a me mi pare proprio così.
 
Potrei scrivere questo. Che voglio sentirmi triste, qui, solo, chiuso nella camera più blu che abbia mai visto, una cazzutissima cameretta blu che neanche in un motel marittimo. Motivo per cui sono qui ignoto. Ignoro meglio. L’odore è di naftalina. Come se la stanza dovesse scomparirmi sotto gli occhi mangiata dalle tarme, come il vestito da festa del colonnello di Marquez. Come…Bah. Il cappello di mia nonna. Gli armadi di mia nonna avevano quell’odore. Poi hanno buttato tutto. Mia nonna e gli armadi, insieme, stessa cura nel riporli in discarica. Chi da una parte chi dall’altra, s’intende, che mica mia nonna è finita in un cesso di discarica ma poco ci mancava.
L’ultimo buco in fondo al cimitero. Poco ci mancava.
 
Quanto cazzo è blu questa stanza.
 
 

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