Calo di pressione

 

Credevo fosse una buona idea quella di trasferirmi a Verona da mio nonno. Da un certo punto di vista, quello economico, lo è ma questa casa mi opprime. Non so di preciso cosa sia, è una generalizzata ansia data forse dal sedersi su oggetti non tuoi, che hanno odori diversi. Non c’è la parola casa, è una soluzione abitativa, nulla di più.

Pacchi di cibo, foto ricordo, un dizionario del millenovecentosessantacinque. I quadri appesi, la stessa poltrona su cui sono seduta adesso, le videocassette della Disney, tutte cose che ricordo, che mi dicono che questi oggetti li ho toccati con le mie mani, da piccola, quell’angolo di tovaglia l’ho tagliuzzato quando avevo sei anni. Sul tavolo facevo il solitario senza conoscere le carte.

“portami dove mi devi portare, Africa Asia o nel primo locale, fammi vedere che cosa vuol dire partire davvero…”

C’è stato quel qualcosa nel mezzo che, oggi, m’impedisce di non vedere tutto estraneo, asettico. Mi schiaccia, questo posto. E non è solo la solitudine obbligata in cui mi trovo non essendoci nessuno oltre a me (mio nonno è uno “sgorlandone*”), è un vuoto che ricopre i mobili colmi di ninnoli e mensole, polvere. Anche l’odore sa di polvere, di tempo ormai andato, troppo passato.

Credo che tornerò nella mia camera, nel suo non essere per nulla speciale ma senza buchi di memoria perlomeno.

Vorrei davvero capire cosa c’è qui dentro, nella mia testa e nel luogo in cui mi trovo. Ho aperto tutti i cassetti, più di una volta, e ho solo riportato indietro quel non so che di malinconico-opprimente, quella foto opaca che non sapevo esistesse: io, mia nonna, un cappello rosso. Sono in primo piano, ho il sole negli occhi, mia nonna col grembiule sporco di terra, queste voglie contadine che le tornavano. E un cappello rosso, di paglia, che bello che era. Forse lo ricordo o magari credo di ricordarlo.

“devo avere proprio un’aria stupida…”

C’è anche un disco di Mina, in mezzo a Beethoven e Chopin. Un vinile, come uno di quelli che ho trovato (e comprato) a Camden Town. Tutto il passato, qui, eccolo.

Ma io sono presente, non ho più nulla a che fare con la poltrona sfondata su cui ho scartato, ogni Natale, la Barbie di turno; il telecomando del videoregistratore consumato dai miei continui “play” per vedere Belle (bonjour bonjour); libri ancora soffocati nel cellophane. Montagne di libri, che mio nonno avrà letto e abbandonato a metà.

Cosa si prova ad iniziare un libro, un altro, un altro ancora e richiuderlo e restare alla finestra, poca luce, è inverno cazzo. Cosa si prova.

No, questa è l’ultima settimana qui.

 

“and in the end we’ll try an escape” and we’ll escape.

 

*girovago, vagabondo…è sempre in giro insomma.

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4 pensieri su “Calo di pressione

  1. pensa, io ho provato più o meno la stessa cosa quando da verona,qualche mese fa, sono tornato a vivere nel mio paesello veneziano..la casa di mio padre non la sentivo (e adesso la sento?) più mia. Sarà un po’ perchè ad abitar da solo gli spazi acquistano tutt’altro significato, sarà perchè a Verona ho lasciato il cuore. Non lo so. Mi auguro passi presto. E ovviamente me lo auguro anche per te.

  2. Sarà Verona?No scherzo. CRedo sia appunto perchè certi momenti e certi luoghi ci fanno acquistare dei nuovi sensi, nuove emozioni, modi di sentirsi e porsi…Quando torni "indietro" necessariamente non è tutto come prima. Il passo deve essere fatto ma io, ad esempio, non l’ho fatto. Ho solo spostato me stessa me da casa genitori a casa nonno vuota. Dovrei spostare me stessa me da casa genitori a casa clara, punto.Speriamo ci passi.

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