Prodigo, vai a lavorare

Se c’è una cosa che, fin da piccola, m’irritava era la parabola del figliol prodigo. Questo ragazzetto viziato che spende e spande sputtanando soldi e anima. Un po’ Oscar Wilde un po’ Corona per intenderci. Non sopportavo l’idea che il figlio minore potesse fare quello che più gli piaceva nella convinzione che il papino adorato gli avrebbe concesso tutto e dato una seconda (ma anche una terza) possibilità. E quell’altro? “neanche un capretto per festeggiare”, mi fa così tristezza l’altro. Dal mio punto di vista è il racconto del nostro tempo: se non fai un cazzo ci guadagni sempre qualcosa.
Dicevo, questo figliol prodigo era giovane, aveva gli amici a cui offrire da bere, feste a cui sballarsi, marche costose da indossare con orgoglio seguite da sguardo “io non sono mica un pezzente come te”. E il figlio buono bravo bello? Un eroe d’altri tempi, è evidente. Onesto lavoratore, poche ma buone conoscenze, parsimonioso. Ma a lui manco una lira, eh certo, non è il cocco di papà. Come può questa parabola non racchiudere un profondo controsenso? Il perdono non può tutto, abbracciarsi non cancella gli errori di una vita che sono sempre all’erta dietro un angolo per fregarti al momento giusto. Il passato non è solo una foto ingiallita ma qualcosa di vivo, di paradossalmente presente. Quindi perchè prodigo prende a calci la sua vita e il buono deve pagare anche per lui? Risposta umiliante del padre: “lo credevo morto e ora è tornato in vita”. Sì. E’ tornato perchè aveva finito i soldi. Pentimento e riflessioni casualmente dopo aver scialacquato le finanze di famiglia. Ricordo bene come il catechista cercasse di inculcarmi che era la parabola del perdono e della comprensione ma io mi sono sempre ostinata a vederla come un’utopia, questa è una storia di SCELTE.
Si pensa che le conseguenze delle proprie azioni, più o meno stupide, ci raggiungano ovunque ma la realtà insegna esattamente il contrario: prima di tutto va considerato se ci saranno delle conseguenze e i buoni non trionfano sui cattivi alla fine. Ci provano, talvolta ci riescono. Immaginavo il figlio maggiore con gli occhi sgranati e una rabbia furente mentre osservava il padre festeggiare il prodigo. Non c’è un riscontro concreto in questo racconto, nella vita vera le persone danno seconde possibilità con fatica, e poi, a quale prezzo? Bisogna continuamente guardarsi le spalle perchè anche il dolore viene sfruttato. Non sto criticando la nostra società (pfui, sarebbe fin troppo facile) ma la parabola in sè che è contro la natura stessa dell’uomo: se tradisci la mia fiducia come posso porgerti ancora la mano?
Ma forse qui si tratta semplicemente di amore.
ps: comunque  “è sempre colpa dei genitori”.
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13 pensieri su “Prodigo, vai a lavorare

  1. Fra ventanni l’80% di quelli che avranno i soldi saranno gente immigrata. Gli unici che han voglia di fare qualcosa e quindi guadagnare soldi. Alla facciaccia di tutti noi che non sappiamo cosa sia sudare.
    Ma il vero guaio sarà i nostri figli (sempre che ne facciamo a sto punto perchè siamo arrivati pure a quello…) che si ritroveranno con la mentalità di far un cazzo ma senza la grana dei genitori che han sgobbato come scimmie addomesticate.

  2. su bonolis sapevo che qaulcuno avrebbe riso. ma va capito che "gli amanti ideali" sono scelti in base a fascino, intelligenza, simpatia, interesse che possono suscitare. Paolo Bonolis è un ottimo conduttore, a mio parere, ed un uomo di profonda cultura. Quindi l’ho messo. Non pesnare che gli amanti ideali siano tali perchè me li voglio portare a letto, la vedo dura con spongebob sai?
    Invece riguardo al tuo commento sul post non posso che essere d’accordo, con una minima differenza: non credo che sia un valore generale della nostra società il "non faccio per avere", penso che sia la tendenza che si vede di più da mass media e e tecnologia di massa varie. Però non siamo tutti coglioncelli che sprecano e pretendono, non siamo tutti arroganti arrivisti senz’arte nè parte. Insomma…io almeno lo spero.

  3. Il tuo catechista era davvero scarso. In realtà, le metafore sono queste:
    il padre: Dio
    il figlio grande: colui che è devoto
    il figlio piccolo: colui che si è allontanato da Dio.Dunque, a seconda del personaggio in cui ti identifichi puoi trarre queste conclusioni:
    sono il figlio piccolo: sono una persona che si è allontanata da Dio, ho fatto delle cose poco belle e probabilmente non potrò mai riavvicinarmici. E invece sì. Incredibile, e ad aspettarmi c’è addirittura una festa (la serenità raggiunta abbandonando la vita nonsense alla Corona di prima).
    sono il figlio grande: ma come, io sono stato sempre devoto e non pecco mai, e uno che si è allontanato da Dio per tanto tempo può in qualsiasi momento riavvicinarsi? Be, buon per lui, inutile provare invidia, è evidente che ha più bisogno di me delle attenzioni del Signore.Dunque, il messaggio è: riavvicinati a Dio quanto te la senti, i peccati fatti non siano motivo di ulteriore allontanamento, e se sei un fedele non pensare male di chi si riavvicina alla fede, non è certo una tua esclusiva.

  4. sono praticamente sconvolta da questa analisi catechistica.
    e nessuno me l’ha mai spiegato anche perchè se l’avessero fatto avrei sbuffato. per me vale ancora meno di ciò che pensavo se è questo il significato della parabola. che triste. mi piacevano le parabole.

  5. ..Che grande come al solito sono totalmente daccordo con te……E sono del tuo stesso avviso sul fatto che in seguito alla spiegazione catechistica della parabola la cosa ci faccia ancora più schifo…….
     

  6. La parabola ha un grande valore a mio avviso. L’errore sta nel considerare sbagliate le ragioni per cui il padre perdona il figlio che si è ritirato dalla vita vuota che stava facendo. Le ragioni lasciamole da parte, è di Dio che stiamo parlando, quel perdono è un dato di fatto. La questione è di rendere noto che quel perdono c’è. Non è un invito al perdono, è un invito a farsi perdonare, si fa capire che un periodo senza fede non è necessariamente un circolo vizioso.

  7. certo, ragionissima. ma in quanto non credente consideravo e vedevo la parabola come un esempio da seguire che potesse essere anche concreto (capita che si perdoni un figlio anche se fa cazzate, anzi, certe volte si spera). è la metafora che poi mi hai spiegato che ha fatto cadere ai miei occhi il suo interessante profilo, come dire, quasi psicologico. C’è molta psiche nelle parabole, ma come in tutti i libri che hanno un grande valore nella vita dell’uomo e nella storia. Venendo a sapere che la parabola è una metafora del perdono divino, beh, un pò mi spiace, devo dirtelo. Credevo che, pur essendo storie religiose, volessero parlare al cuore e al cervello della gente non al dogma: dio buono tu segui dio.
    non credo comunque che riusciremo a trovarci granchè d’accordo, io e la religione, anzi, le religioni siamo troppo diversi.

  8. Ma se tu vuoi trarre dalle parabole anche messaggi laici, puoi comunque farlo. In questo caso vedi Dio come uno stato di serenità raggiunto. Quello che si è perso nei vizi può quindi sperare di ritornare in pace con se stesso. Senza essere giudicato da quello che di vizi ne ha avuti pochi.

  9. sì, potrei vederlo comunque…ma…ecco…è diverso. C’è sempre in qualche modo il messaggio "dio è con te", come è ovvio poichè è una parabola, non potrebbe essere altrimenti e questo lo so. Ma pensavo che qualche volta anche la religione cedesse il passo alla vita vera dove io non vedo alcun dio ma solo tanti piccoli uomini in cerca di. è probabilmente un ragionamento illogico visto che si parla di storie che provengono dalla Bibbia quindi è scontata la parola di Dio ma certe volte si ha bisogno anche di realtà e la realtà come può essere quella della parabole?

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